Ultimi Aggiornamenti degli Eventi

Nero uno

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009

Nero uno

La prima coltellata lo ha raggiunto al petto. Gli è entrata nella carne come una lama calda in un panetto di burro. Il coltello era affilato e tagliente: quello di porcellana del servizio comprato a Salisburgo. I muscoli non hanno opposto resistenza. Stava mangiando una pannocchia che avevo preparato per cena.  Pannocchia imburrata, crostoni di paté di fegato e stuzzichini. Lo sai, sorella, che il sangue  ha un momento di esitazione prima di uscire e macchiarti la camicia? Sembra un quadro in via di definizione. Ho guardato la sua camicia, che non tradiva alcun lamento. Poi ho mirato lo stomaco. E ho acceso una sigaretta, per disprezzo.

Lui si è ritirato come plastica scottata dal fuoco, quando ho mirato allo stomaco. Accartocciato su se stesso, con un’allucinazione negli occhi. Babette! ha detto. Babette! ha detto, ha detto, ha detto, ha detto, mentre si tingeva di rosso il suo ridicolo vestito azzurro. La pannocchia lasciava chicchi gialli sul pavimento, pieni di bave. Qu’est ce que tu crois, Adalgisa? Cosa credi, che io non abbia pensato prima di agire? Passando per la sala da pranzo con un piatto da servire in tavola, il manico ricamato di un cucchiaio è rimasto impigliato nel tuo scialle nero, quello spagnolo. Per non sfilarti la trama, ho fatto mezzo giro su me stessa, ma mi sono ritrovata a terra con tutto l’attaccapanni. Dalla tasca della sua giacca ho visto uscire un bagliore di perle – quelle di nostra madre legate assieme a quelle di nonna – una boccetta di tranquillanti forti, tre spillette da baglia, e poco altro. Allora ho capito.

Ho chiesto spiegazioni, ma nessuna risposta. Nemmeno una difesa tonta. Ha fatto solo il gesto di andarsene, trattandomi da pazza. È solo una piccola ricompensa, mi diceva sghignazzando. Lì, in quel momento, si sono spente tutte le mie luci e io sono entrata in un nero profondo. Poi, sono rimasta a guardare Dodo morire.

Dimmi qualcosa, Adalgisa. Ti prego, dimmi qualcosa. Non restartene in silenzio, ti prego.

Babette, ora sali in camera e cerca di dormire. Pulisco tutto io.

Quattro nei in forma di mezzaluna

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008

 

Adalgisa,

Ehnnò ehnnò ehnnò. Io non ci sto, cara sapientina. Le tue sono illusioni, sono illazioni. Come puoi aver visto la tua scialba gonnellina azzurra – uscita da un catalogo Postal Market, e taccio sui ricamini a mano che fanno tanto Mani di fata  o le greche dell’album Roselline – come puoi averla vista svolazzare nelle parole sublimi di quel biglietto? Parole, oltretutto, che conosco benissimo, a menadito, sapientina cara. Perché Tuo tuo tuo è il modo  che ha aveva Dodo di salutarmi e darmi la buona notte. Che dolce! Vuoi che non sappia riconoscere il suo stile? Sappi, mia cara illusa, che il suo charme alla David Niven è tutto contenuto in quelle tre parole. E se anche avessi tentennato, ma solo un poco, il cognac m’ha fugato ogni dubbio. Dodo, dopo la nostra fuga in Costa Azzurra, beve beveva solo cognac. E pastis Ricard, ma solo a digiuno. Che stile! Guarda, quando ho letto la tua lettera e le tue scempiaggini, giuro, mi è montato un nervoso, ma un nervoso che mi son venute le la[…] a[…] […]hi. Sei senza pietà. Sai che mi manca, lui. E dire che mi sei sorella.

Dodo. Caro. Quando ho letto quel biglietto mi sembrava di risentire il sussurro della sua voce: Tuo tuo tuo. Risentivo il suo labbro che mi sfiorava il lobo, per mordicchiarlo. Risentivo l’aroma di Rémy Martin Grand Cru dentro al suo respiro affannato. E rivedevo i suoi quattro, meravigliosi nei in forma di mezzaluna, sotto il capezzolo del cuore. Che accarezzavo con attenzione studiata. Quanto mi manca!

In certi momenti, Adalgisa, ti odio.

P.s. Dalgy, tesorino, mi manderesti qualche soldo? Ho due pendenze, cosette di poco conto, da regolare in tutta fretta. Bacibaci.

Tua B.,

che hai fatto piangere

 

 

Babette, diommìo

 Co … co … cos’hai (mi balbetta finanche la penna, oltre al cuore) cos’hai scritto? Quattro nei in forma di mezzaluna? Sotto il capezzolo del cuore? Ma anche Rudy, anche lui ha quattro nei così. Diommìo, Babette, ma che significa? Sei sicura? Quattro, proprio quattro? E in forma di mezzaluna, come una barca che si impenna, dalla parte del cuore? Non riesco a crederci. Quando ti ho letto, io, si!, ho pianto. A dirotto. Non come le tue lacrime fasulle: avrai di certo cosparso la tua lettera d’acqua di colonia dozzinale, quella che usava il Manera, per intenderci, e così hai spantegato ad hoc l’inchiostro, affogando quattro sillabe malcapitate per simulare un pianto inesistente. Attrice! Come se non ti conoscessi. Hai voluto far la scena madre, la vittima sacrificale che in palcoscenico, col fantolino tra le braccia, piange al pubblico per dargli a intendere che lei, l’attrice consumata, sta soffrendo. Scena, per altro, che tu hai massacrato con la Filodrammatica di Mendrisio, quando ti vantavi d’aver recitato anche all’estero. Sai benissimo che il Canton Ticino, per papà, non era estero, ma Lombardia diffusa. E se c’è qualcuna che può vantare un qualche diritto all’odio, ebbene, quella sono io. Ti odio. Un po’. E odio Rudy. E Dodo. Dodo alias Rudy. Altro che sosia!

 

P.s. A proposito di soldi. Il direttore della banca ha bloccato un assegno di cinquantamila euro a firma tua. Ma dico? Ti sei dimenticata che per importi superiori ai cinquemila euro i nostri assegni devono avere firme congiunte? O tu stai impazzendo o qualcuno ci sta derubando.

P.p.s. Ho ripreso a studiare canto, con il maestro Giovanni Dorelly. Stiamo preparando Puccini, la Butterfly. Mi sento un po’ come lei. Ma che te lo dico a fare? Per te Puccini, al massimo, è solo la griffe di un foulard.

Fatti viva. Bacibaci. Anche se non te li meriti.

Tua A.

Che hai fatto soffrire ancora di più           

 

 

 

Cinquantun rose

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007

 

Dunque… Babette,

scusa l’insistenza, ma sono ancora io.

Ricordi la seconda lettera che avevo tenuto per il dopo cena?  Forse  è il caso che ti metta a parte del suo contenuto. A seguire, del tutto inattese, sono arrivate anche cinquantun rose, dispari (bon ton), che, per ovvi motivi, non ti spedisco.

“Fiore mio,

 

ieri pensavo a quali voli mi fai fare con le stoffe delle tue sottane, quando le vedo muoversi con il vento, impennarsi  un po’, e scoprirti le gambe,  sulla porta della tua casa. Un giorno è successo così, che mentre giravi la chiave d’uscita, un’aria improvvisa ha raccolto la seta e ti ha scoperto i ginocchi. Poi si è risistemata. Il mio cuore, cara tu, ha fatto lo stesso balzo ed è tornato in petto, svestito, come un bambino appena nato. Ho dovuto bere tre sorsi d’acqua e poi un cognac, per fermarlo. Due cognac, a dire il vero. Lunghi.  Questa volta non ho resistito, fiore mio, ho ceduto al foglio e all’inchiostro questo momento senza pace. 

Senza sosta, anche, ti scrivo queste righe, come uno stupido innamorato dei suoi silenzi, tutti i silenzi che hanno tacitato il mio cuore, e che  ora si ribellano a gran voce: Vai, dille che l’ami! Oh no, rispondo, come potrei, se solo i suoi passi sull’asfalto mi fanno ricordare che esiste la terra e se lei, dicesse una sola parola, sarei spazzato via dal vento?

 

Per sempre tuo tuo tuo.”

.

Un pugno allo stomaco! Inutile dirti che non ho digerito nemmeno questa volta e a ben vedere, quando  non sei tu con le tue intemperanze, a fermarmi la digestione, ci pensano gli eventi.

Dunque, Babette,

qualcuno ci ama, ma non riesco a capire a quale sottana siano rivolte queste parole. Non mi pare che tu ne faccia molto uso, di sottane, intendo. O sbaglio? Specie di recente, hai una mise piuttosto mascolina, confermi? E, perdonami, a volte anche un po’ equivoca. E poi ultimamente non sei quasi mai a casa: dubito che la lettera parli di un evento lontano nel tempo. Certo, posso sempre sbagliarmi – chi non potrebbe esser tratto in inganno da dichiarazione così, così … non mi viene la parola … da dichiarazione che prende subito alla testa, come un liquore ?- ma, a legger bene, ho quasi la certezza che Tuo Tuo Tuo faccia riferimento ai giorni nostri. Anzi, mi sembra di leggere fra le righe, anche il colore di quelle stoffe. Che sia la mia gonnellina azzurra? Quella con i ricami a mano, che mi sta proprio bene, e poi è ampia e con il vento svolazza. Certo, non è detto, non fraintendermi … Tu poi non eri per i fiori di campo? Forse ricordo male…

Comunque sia, il misterioso Tuo Tuo Tuo mi ama, ti ama (?), ci ama (?). Staremo a vedere. Babette, carissima, rimani pure ad Abano tutto il tempi che ti necessita. Non farti fretta a ritornare. Bado a tutto io, qui.

Tua Adalgisa

La Persefone di casa Tumistufj

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006


Cara Babette,


voglio solo ricordarti che nella camera da bagno padronale hai nell’ordine voluto: bibliotechina in ciliegio, grammofono, imitazione ad affresco (brutta) della Persefone di Dante Gabriel Rossetti (Mi somiglia tanto, con quel melograno tra le mani, molto erotico, vero? Ti prego, Babette, sai che certi discorsi mi turbano e smettila di ridere: mi turbano e basta! Erotico, erotico, erotico… Smettilaaa Babette!), giardinetto pensile e, tuo ultimo capriccio, apertura di sfacciata finestrella nel soffitto per guardar la luna dalla vasca. Babette cara, sii ragionevole, per una volta: i tuoi “sanitari spaziali”, le tue giapponeserie moderne, non legano con la rubinetteria in ottone. Non accetto discussioni: questa è lesa maestà. No, no, no. Se proprio ci tieni, riapriamo la casa di Roma e là puoi riaccomodare come credi il bagno dell’ala Marinetti, quella dove papà teneva la sua raccolta di sculture futuriste. Ton sur ton: moderno con moderno. Che ne dici?


Sai, Babette, che quella parola al secondo verso del tuo haiku, “katana”, sai che mi ha riportato alla mente la nostra lingua segreta? Te la ricordi? La usavamo al liceo, per non farci capire dagli altri. Io aggiungevo fa dopo ogni sillaba e tu mi rispondevi aggiungendo ta. Tefa lafa rifacorfadifa, stelfalifanafa?  E ti ricordi lo chauffeur di papà che ci ascoltava di nascosto e poi andava a dire alla Camilla: tanto carine, le ragazze, però un pochino ritardate? Non senti come parlano?  Ta, fa, na. A proposito, voglio sperare che i versi che mi hai scritto siano solo un inciampo provvisorio, e non una caduta irrimediabile, nei territori del cattivo gusto. Scusa, Bebe, ma mi si è rappreso il brodo, quando li ho letti. Mi è anche tornato alla mente, di quando facesti quelle “letture concettuali” a teatro ed esordisti dicendo: I miei versi. E poi seguirono una sfilza di versacci e parnacchie, e io per la vergogna, non misi un tacco e uno scialle  in teatro per mesi. Bebe! Ah, Bebe, mia…


Ah, ho raccontato a Tiziana, una mia amica che forse conosci anche tu, la storia di quella Cera di Capra. Mi ha detto che c’è un tale, un Monsignore che si vestiva da donna, ma non ricordo bene il nome, che della capra usava lo zoccolo per allisciare la pelle. Lei sa tutto di queste cose. Spero di aver capito bene. Anzi, dice anche di suggerire a Kazuki di provare a (scusa Bebe, hanno suonato alla porta: a dopo) Niente, Babette, era il postino. Si, insomma, dì a Kazuki che se la cosa lo interessa lo possiamo mettere in contatto con Tiziana. Vedi tu.
Bette, Bebé, Babette. Da quanto tempo non mi chiamavi Dalgy! Mi hai intenerito. Mamma diceva che per noi i diminutivi sono come degli abbracci. Vero? Li usiamo quando abbiamo paura, per farci un pochino di coraggio. Ma che sta succedendo, Biba? Tu che non dormi, ti derubano, vedi samurai in bagno, (almeno è un bel tipo?) Dodo che sparisce (che non è poi ‘sta gran perdita). E io? Che a momenti ieri mi uccideva un congiuntivo: Se sarei stato? Stavo per mettermi a piangere. Fortuna che Antonia, la fioraia, ha capito tutto e mi ha dato da annusare dell’essenza di loto. Per dimenticare, dice lei. Sarà, ma io stavo per stirare le zampe, e tu, per un soffio, ha rischiato di rimanere senza famiglia. (Tranne zia Emilia, zia Eugenia, zio Ottone, la cugina Gerolama, i sette figli e cugini di Matilde, i cugini da parte di Ernesto e quelli della Luisa… Insomma non saresti rimasta sola, a ben vedere).  Ma che sta succedendo?

Babette, anche io ho qualche difficoltà a dormire: sento rumore di passi nel sottotetto. Di notte. Saranno mica i topi? E anche il mio Rudy non si fa sentire, da quando è partito per Padova: Sto via due giorni, nuove reliquie del Santo. Te l’avevo detto, no? No, non mi hai detto niente. Mi sbrigo presto. Sarà. Ma è da tre giorni che non si fa sentire e al telefono non risponde. Che dici, faccio intervenire qualcuno per ispezionare il sottotetto? Poi dividiamo le spese.

Ora ti lascio. Devo uscire a comprare i guantini bianchi per Camilla. Ne ho visti un paio davvero deliziosi: bottoncino in madreperla e raffinate cuciturine a mano. Filo in seta: ho visto personalmente il rocchetto intarsiato a dovere.


Ps. Ottocarro, il geometra Tirinnanzi, sì, lui, il tuo sfortunato spasimante, mi ha consigliato di cambiare tutte le serrature. Che tenero.

Ti mando la fattura anche di questo. (La mancia dell’ operaio la pago io, va bene).

Pps: Babette! Il postino ha portato una busta contenente una fattura del tuo centro benessere… Dio mio! Ma non dovevi non pagare? E di quali unguenti ti stai facendo cospargere: nemmeno la polvere di diamanti costa tanto! Te la faccio recapitare, cara, così sistemi la faccenda. Davvero non pensavo esistessero capre con zoccoli così costosi, dico: ma non era meglio un rimedio nostrano più economico, cara?

C’era la capra

o l’intero allevamento

nell’unguento?

Poi ci sarebbe ancora un’ altra lettera, ma la aprirò dopo la cena: non vorrei mi si bloccasse ancora una volta la digestione.

Ppps: Bebe, mi pare che la tua Persefone, mi segua con gli occhi in tutta la stanza da bagno… E’ una delle tue diavolerie?

Pppps: Ho coprato un piccolo dizionario di giapponese, così, se mi farai conoscere kazuki, almeno saprò salutarlo a dovere. Non farò un corso, perchè in passato ho già speso una fortuna in lezioni di lingua, per i tuoi sfortunati amanti: russi, francesi, inglesi, turchi e bulgari; quindi vediamo come si mette questa storia, prima.

Torna presto, mi manchi.

ti auguro un buon Yume (significa, sogno, cara)


Bacini.

Tua Dalgy.

Haiku dell’insonnia

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005

 

4 del mattino di un lunedì triste in Abano.

Non dormo, Dalgy, non dormo. Mi hanno prescritto delle pillole, ma invece di farmi dormire funzionano da tonico. Credo. Il Dott. Ghirlanda (tanto, tanto bravo, ma non sai quanto) mi ha consigliato anche di prendere dei bagni di mare – che pare facciano bene ai nervi – e lunghe camminate, anche.  La sera, quando rientro, poi, mi applicano dei cataplasmi di  argille del Mar Morto e mi lasciano lì finché non divento un vaso. L’ultima volta credo di essermi assopita nell’unico momento nel quale non avrei dovuto, e sono diventata una tale terra cotta, che al risveglio non riuscivo nemmeno ad alzare un braccio per chiamare l’inserviente – che nel frattempo si era appisolata sulla sedia accanto, quella cretina –  e ho cominciato ad agitarmi. Non poco. Finalmente, dopo i miei strilli,  si è accorta di me e ha chiamato aiuto per disseppellirmi dalle croste. Inutile dirti che ho reclamato a gran voce l’accaduto e che il Direttore, gran signore, non c’è dubbio, mi ha regalato un soggiorno gratuito e un pacchetto di trattamenti di bellezza con gli ultimi ritrovati della cosmesi asiatica. Kazuki, soggiorna qui anche per questo: commercia, è vero in antichità, ma è anche consulente per tutte quelle cose che vengono dal Sol Levante. Pensa che  si sta prendendo cura dei miei calli con un balsamo estratto dalle viscere di una capra di montagna, infatti mi sembra che in giapponese si dica qualcosa come Cera di Capra  – un odore, cara! –  e ogni sera mi racconta storie avvincenti per accompagnarmi al sonno, ma niente. Questa storia del Manera mi ha molto turbata. Dalgy, ammesso e non concesso che ho avuto una svista e non era lui, con te alla fiera, allora,  Dodo dove è? Da giorni non si fa più sentire e una tale stretta al cuore mi toglie il sonno. Certo, anche non avere un quattrino aiuta l’insonnia, (cerchiamo di risolvere quanto prima). Ma questa faccenda di Dodo… Ecco, la sua scomparsa mi assilla e, nei pochi miraggi di sonno, ho preso a far sogni strani. Sogno sempre un samurai che lo rincorre con una lunga katana in mano, e quando lo raggiunge, scompaiono assieme dietro una nuvola e non riesco più a vedere niente. A quel punto mi sveglio e non ho più cuore di dormire. Dalgy, ti confesso anche di aver visto un samurai passare per la mia stanza da letto e infilarsi nel bagno. Giuro: ero  ad occhi aperti e l’ho visto … Kazuki, ha parlato di strane influenze celesti e di certe pratiche che potrei fare per allontanare i miei demoni, ma finché non avrò recuperato il sonno, ho deciso di soprassedere. In compenso ho cominciato a comporre Haiku durante la veglia forzata.

NON DORMO

UNA KATANA

M’INSEGUE NEL SONNO

Ho deciso di farne una raccolta: “Haiku dell’insonnia” e poi, chi lo sa, magari potrei esorcizzare il tutto con una trasposizione teatrale. Cosa ne pensi? Sai che adoro sperimentare…

Ps: lo sapevi Dalgy che i giapponesi hanno i sanitari che sembrano navi spaziali? Nella stanza di Kazuki (se l’è fatta costruire a dovere vista la sua lunga permanenza), il wc ha un’orchestra incorporata e lunghe file di bottoni: aria, acqua, musiche e fuoco. Si riscalda, anche. Una sera sono entrata ed è partito un tale Beethoven, che per lo spavento ho fatto un salto alto fino al soffitto… Pensavo di proporti questa novità per casa nostra al mio ritorno. Certo quando avremo accomodato la questione economica, e poi la musica la decideremo assieme, cara.

Pps: come diavolo hanno fatto a portarti via tutto? Hai poi risolto? Aggiornami sugli sviluppi. Hai denunciato il fatto, quindi?

Ppps: Ma allora, Manera, ha un sosia?

Pppps: No, Adalgisa, questa storia di Camilla non mi piace. Certo la crestina non è più tanto attuale, ma se cediamo, si prenderà poi anche il braccio e rifiuterà anche il grembiule. Scherziamo? Senti, possiamo proporle un’alternativa: per esempio, la domestica di Kazuki, mi raccontava lui, indossa guantini bianchi e dei piccoli dettagli floreali nella raccolta di capelli. Che ne dici di qualche fiore di campo? O una spiga dorata nell’asola del grembiulino, che fa tanto Botticelli? No?

 Ora scappo, ho da passarmi il balsamo.

Tua
B

Il cappello di London

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004

 

Babette,

la tua ultima, così scortese e minacciosa, mi ha scossa al punto da bloccarmi la digestione. E tu sai quanto sono delicata. Di stomaco e anche d’altro. Figurati che quando ti ho letto, il brasato mi è andato di traverso. Non solo a me: anche a Rudy. Eravamo dal Boeucc, a pranzo, in Piazza Belgioioso, e insieme abbiamo letto i tuoi sproloqui. Alle tue ciance ho avuto un tonfo al cuore e lui, tanto carino, per empatia, è diventato bianco e ha perso il buonumore.

Comunque sia, sappi che se non ti rispondo in malo modo è solo perché mamma mi ha sempre detto di avere con te tanta pazienza: Adalgisa, sei la maggiore e Bebe è così fragile.

Vedi, Babette, se tu ogni tanto ti degnassi di far ritorno a casa, ti avrei confidato quello che avevo in animo di dirti da tempo: ho un nuovo fidanzato. Rudy. Rudy Malerba Bagatti, dei Bagatti di Sotto il Monte, paese natale di Papa Giovanni. Ventitreesimo. Lui, Rudy, è suo cugino di terzo grado. Uomo premuroso e di gusto. Questa volta è quello giusto, mi son detta. Quando ci siamo conosciuti è stato così dolce da farmi dono di una reliquia del Papa Buono: uno stuzzicadenti d’avorio, che il Cardinal Roncalli usava quando era ancora Patriarca di Venezia. Ma solo in Quaresima, e dopo il baccalà. Non è un bijoux?

Á propos, Babette, hai mica visto il torchon di nonna? Quello con le granatine? E’ da un po’ che non lo vedo e non ho niente d’abbinare agli orecchini. Sai che non mi piace andare in giro scompagnata.

Piuttosto, Babette, perché domenica, alla fiera, non sei uscita allo scoperto? Ti avrei presentato Rudy. Ma come ti è venuto in mente di pensare che io potessi intessere trame con quel tuo Manera, tipo da spiaggia, Casinò e perditempo? Rudy ti avrebbe di certo spiegato che il cappello con veletta è un altro suo presente. Comprato a Londra, in Oxford Street, da un maestro cappellaio fornitore della casa Reale dal Milleottocentotrentadue. Cappello di Londra, altro che zanzariera. London. Prego.

(Tra parentesi, sorella cara, ammetto che l’avventura col muratore sia stata un errore, ma al  richiamo della sua canottiera, non ho resistito. E poi aveva due occhi da bandito, Bebè, che mi son fatta paura da sola. Del resto, capirai bene, bisogna pur che il corpo esulti. Ogni tanto.)

Babette carissima, per i soldi devi aver pazienza. Torno or ora dalla Questura per la denuncia. Guarda il caso, anch’io, nell’ordine, non ho più trovato: portafoglio, documenti, bancomat, carta di credito, chiavi di casa, Digestivo Antonetto, immaginetta di San Domenico Savio, le mie pasticche al tamarindo. Figurati che ho dovuto chiamar Camilla, la domestica, per farmi aprire casa. Domani andrò in banca.  

P.S. Camilla non vuole più indossare la crestina bianca. Dice che il grembiule è più che sufficiente. Cosa faccio?

Fammi avere tue notizie, ti prego e ti abbraccio.

Adalgisa

 

La fiera fuga di Babette

Postato il

003

Niente telegramma, Adalgisa, sarò solo breve. Stop. Perché adesso proprio mi devi spiegazioni.

 Uno.

Cosa ci facevi domenica alla fiera, tu che, ah no, che ti devo dire, la fiera, io, MAI, sai la folla non la sopporto?

 Due.

Cosa ci facevi in quella fiera con il MIO Manera?  Scusa la rima. (Sai che quando mi arrabbio mi parte il piede musicale). Lui che molla tutto: calli, scogli e me. Con che scusa, poi? E’ arrivata quella delegazione che aspettavo. A Malpensa. Dalla Russia. Quei venditori di ermellini. Ermellini? Ma sì, ermellini. Un grande affare. Te ne ho parlato, no? No. Ma sì, a cena l’altra sera. Forse avevi bevuto un po’.

Beh… no, questa non l’ho bevuta! Anche se ammetto… Che lo farò!

E l’ho seguito. E vi ho visti. Abbracciati come sardine liceali che marinano la scuola. A pomiciare dentro al padiglione della Svizzera. Ridicoli, a scambiarvi cuoricini di cioccolato. Con le labbra a culo di gallina. Bacetto e bacino, bacino e bacetto. Mentre un coro straziante intonava un jodel. “Youdl-ay-aiii-ooo”.

Credo di non aver mai assistito ad una scena simile… Dico davvero…

Due bis.

Da quanto tempo va avanti questa storia con Dodo, eh? Da quanto vi vedete, tu e il Manera? Eh?! Poi, scusa, non era il muratore quello che faceva fronte ai tuoi – com’è quella parola che usi? – ah: ai tuoi “languori”?

Tre. Sei ridicola. (In tutto nove).

Con quei pantaloni alla zuava da Pierrot Lunaire? Magari! Sembravi il Nano Bagonghi abbandonato dal Circo Medrano. Mon dieu! E il cappellino con la veletta? Adalgisa, quella che TU chiami veletta il resto del mondo la chiama zanzariera e tu sembravi una consulente della Autan, dell’Africa centrale.

Imbarazzante, lascia che te lo dica: ti sembrava il caso di aggirarti tra la folla agitando una racchetta acchiappamosche? Elettrica? Almeno comprala più piccola. Ridevano tutti di te. Anche i giapponesi che si facevano fotografare ai tuoi piedi. Guarda che ti avevano scambiato per la torre di Pisa. O la statua della libertà. Come preferisci.

Ecco, ora sono proprio affranta e aspetto tue. Sincere. (Mah!)

Dentro questa busta ti lascio un biglietto per il Manera. Puoi anche leggerlo, se vuoi. Vale anche per te. Daglielo quanto prima e digli pure che non è gradita risposta. Nemmeno necessaria.

PER NULLA STIMATO EDOARDO DODO MANERA

SEI UN PUSILLANIME

E

NON CERCARMI PIU’

MAI PIU’

B.

Quattro.

Scusami Adalgisa. Mi manderesti dei soldi? Devo aver perso il portafoglio. Cercato in tutte le borse e cassetti, ma niente. Attendo. Sono al verde.

P.S. Mi sono trasferita ad Abano. Abano Terme. Ospite gradita di Kazuki, mercante d’arte giapponese, uomo sensibile e distinto. Non si interessa di ermellini. Grand Hotel des Termes. Suite 502.

Aspetto tua confessione. E i soldi.

Babette